Dispaccio Elettronico #43

E siamo al 75% di questo 2020.

“Leave the door open for the unknown, the door into the dark. That’s where the most important things come from, where you yourself came from, and where you will go.”
Rebecca Solnit

Identità che non chiedono permesso

Vi ho risparmiato il pippone introduttivo nelle scorse newsletter, adesso vi beccate quello di Settembre. L’anno volge al termine, questo Settembre non è stato “il vero Capodanno” in cui probabilmente tutti speravamo, e ci sentiamo ancora tutti appesi ad un filo. Sottile sottile.

Le nostre identità sono state diluite, appannate, stiracchiate, annullate da mesi di isolamento, mesi di incontri calcolati, rarefatti, un po’ carbonari. Ci mancano familiari, amici, e anche i rapporti con le persone che vivono sotto il nostro stesso tetto magari sono cambiati, non necessariamente per il meglio. Tutto questo scalfisce chi siamo in relazione agli altri: è una bella botta, e non è l’unica.

Il lavoro è un altro aspetto identitario molto importante, e pure quello è stato messo in crisi.

Faccio parte dei “lavoratori fortunati” che hanno subito conseguenze minime da questa pandemia, per il momento: non sono stato licenziato, ho ancora un lavoro, mi è stato possibile fare il mio lavoro da remoto, non ho ancora dovuto viaggiare o mettermi in situazioni rischiose.

Certo, ho lavorato meno, peggio, e, facendo un lavoro che in pratica è molto legato al come lavorano gli altri, perché letteralmente insegno alle persone modi diversi e migliori di lavorare, ho dovuto comunque subire le conseguenze negative che la pandemia ha portato sul lavoro degli altri. E sono comunque un libero professionista a partita IVA.

Sto facendo riflessioni profonde sul lavoro, sul mio lavoro, stimolato anche da letture che mi stanno aprendo gli occhi: mi sono reso conto, tra le tante cose, di aver fatto tante cose senza conoscerne i risvolti teorici e addirittura ideologici e valoriale.

Quindi, per quanto mi consideri una persona che si prepara molto prima di fare qualsiasi cosa, tanto del mio lavoro risulta essere “prima pratica, poi teoria”.

Sul fronte “prima pratica, poi teoria” ho trovato una chiara definizione di quello che è stato il mio percorso professionale finora, nell’ultimo “numero” di Little Futures: faccia parte di una categoria di professionisti che non hanno avuto un percorso tradizionale e lineare, e mai lo avrà.

Se molto spesso questo ti fa sentire a disagio, soprattutto in Italia, ultimamente mi sto rendendo conto che A) non sono solo e che B) c’è una ricca narrativa di riflessioni al riguardo.

Due aspetti in particolare mi hanno “rincuorato”: uno è il liberarsi dal concetto del “dover chiedere permesso” per poter fare qualcosa di nuovo e diverso, l’altro ha a che fare con il creare delle “istituzioni narrative”.

I cambiamenti di lavoro e l’interessarsi a tanti temi diversi non sono un sintomo di disturbo dell’attenzione, ma dei veri e propri test.

Alcuni hanno dato esito positivo, altri hanno dato esito negativo, alcuni test sono stati brevi, altri sono ancora in corso (il test più lungo che sto facendo, fare il consulente, è stato completamente accidentale e sta durando da tre anni e mezzo).

Non c’è più bisogno, insomma, di “chiedere permesso” riguardo le nostre identità lavorative.

“People used to think they needed permission - so they would ask for somebody else to give them permission to advance, to be something different - a new job title, a new degree, a new certification, a new membership.”

Permissionless Identities

Ho sempre avuto una abitudine a scrivere, ma non avevo mai pensato alla mia scrittura come ad una “istituzione narrativa” che mi desse una stabilità negli inevitabili momenti “di marea” che ho vissuto.

Scrivere non costa nulla, non dobbiamo chiedere permesso a nessuno, ed è un potente mezzo per ancorare il nostro pensiero e le nostre azioni presenti e future. Dovremmo farlo tutti, più spesso, e in pubblico.

“One way to create narrative stability is through creating “narrative institutions” - these are projects, websites, businesses, side projects, hobbies or activities that you can lean on for stability. While formal things like career, job description or professional label are in flux we can rely on our narrative institution to provide stability.

Crucially this doesn’t have to be a business or even a revenue generating activity - it can be orthogonal to “work” so long as it provides you air-cover and the ability to answer the question “what are you doing with your life right now?”.”

Permissionless Identities

E, in tema di esperimenti e “istituzioni narrative”, sempre non deliberatamente, questo mese ho lanciato un piccolo esperimento editoriale, sotto forma di un’altra newsletter: agile monocle è “di lavoro” (parlo di agile e dintorni), è in inglese, ha durata limitata (una serie da sette episodi, come quelle televisive) e cadenza regolare (ogni lunedì mattina alle 9), ha un tema per ogni episodio. È probabile che entro fine anno faccia anche seconda serie.

“So don’t wait for permission. If you’re unsure about the future of your career - don’t look for answers, don’t look for validation or labels - look for experiments, new networks and narrative air-cover. And remember that this networked permissionless world has enabled the opportunity to simply write your way into a new way of thinking and being.”

Permissionless Identities

Non avevo mai parlato di lavoro, e sicuramente non ne avevo mai parlato in questi termini, su questa newsletter. E mi è sembrata una stortura a cui porre rimedio. Quindi perdonatemi ma mi sembrava

E ora passiamo alle stranezze ∩ frattaglie (cose strane e varie) e esteticamente appaganti che ho trovato nel corso di Settembre.

Stranezze ∩ Frattaglie

Se non è l’una, e l’altra.

Automi cellulari con le emoji, generatore di villaggi medievali, action figures veramente inedite, come la pandemia ha distorto il nostro senso del tempo, un podcast su cose (apparentemente) noiose, un archivio di fari, la tua musica su uno scontrino, morning routine, funghi saccenti, fotografie astronomiche premiate, generatore automatico e configurabile di schermate di morte di videogiochi retro (gasp!).

Tratti da queste newsletter: Hacker Newsletter 519, Link Me Up Scotty! A, Vox Media, Laura Olin #100, Tools&Toys Link List, Laura Olin #126, Maker Mind #60, Things Magazine E, Things Magazine F.

Esteticamente appagante

Cose che hanno soddisfatto il mio occhio.

Dipinti notturni e crepuscolari, stormi a posa lunga, fotografia subacquea, un museo granitico, sapone + pittura + inchiostro, Caravaggio, sistemi di irrigazione circolari, casa a bolle, mappe storiche di Londra, un appartamento in un cartellone pubblicitario, a pesca sullo stretto di Bering, la tipografia sulle matite, pianeti all’ultravioletto e infrarosso, la tipografia di Star Trek, Polly Pockets + serie TV.

Tratti da queste newsletter: Link Me Up Scotty! A, Polpette #71, Dense Discovery 104, Link Me Up Scotty! B, Present&Correct, Things Magazine A, Things Magazine B, Things Magazine C, Tools&Toys Link List, Things Magazine D, Hacker Newsletter #522, Things Magazine E.

The more you know

Per la prima volta una rubrica di cose che non sapevo e che magari sapevatele.

Una disamina sui bastioni, Alu, i polpi sono molto più bizzarri di quanto pensiate.

Tratti da queste newsletter: Hacker Newsletter #522, Austin Kleon.


Dispaccio Elettronico #43 termina qui. Se ne vuoi ancora puoi dare un’occhiata all’archivio. Io sono Davide e altrove puoi trovarmi su TwitterInstagram e LinkedIn — occasionalmente scrivo qualcosa anche sul mio blog personale.